Problemi applicativi delle nuove norme sui cartellini identificativi

Ad integrazione delle precedenti News sull’argomento (Si veda QUI e QUI), al fine di consentire un più rapido controllo sulla “filiera delle imprese” e sulla titolarità dei rapporti di lavoro, l’art.5 della nuova legge antimafia (L. n.136/10) prevede che “la tessera di riconoscimento di cui all’articolo 18, lettera u), del D.Lgs. n.81/2008 deve contenere anche la data di assunzione e, in caso di subappalto, la relativa autorizzazione. Nel caso di lavoratori autonomi, la tessera di riconoscimento di cui all’articolo 21, lettera c), del citato decreto legislativo n. 81/2008 deve contenere anche l’indicazione del committente”.

L’applicazione di queste nuove disposizioni è controversa e non univocamente interpretata.

Non vi sono particolari difficoltà ad aggiungere la data di assunzione, tuttavia, non è chiaro cosa significhi che in caso di subappalto il tesserino deve “contenere” la relativa autorizzazione.

In attesa di più autorevoli indicazioni, presumibilmente dovrà essere indicata la data dell’autorizzazione, ma potrebbe ritenersi sufficiente fare rinvio alla persona o all’ufficio presso cui è reperibile l’autorizzazione, anche per evitare di dover sostituire tutti i cartellini ad ogni cambio di appalto o di dover fornire più cartellini ai lavoratori impiegati in più cantieri  contemporaneamente.

Al di fuori del settore pubblico, inoltre, l’autorizzazione al sub-appalto potrebbe anche non avere forma scritta, così come il contratto d’appalto.

Infine, permangono dubbi sull’ambito di applicazione della nuova disposizione.
A rigore, la norma non contiene alcuna espressa limitazione ai soli appalti pubblici e, pertanto, deve ritenersi applicabile anche agli appalti stipulati da committenti privati, salvo diverse indicazioni da parte dei competenti Ministeri.
Va ricordato, inoltre, che sia l’art.18, lett.u), sia l’art.26, lett.c), del Testo unico si riferiscono ai lavoratori impiegati “in regime di appalto o subappalto”, espressione che secondo il Ministero del lavoro deve ritenersi limitata ai soli contratti di appalto o subappalto da eseguirsi all’interno dell’azienda committente, alla luce della ratio della disposizione, volta a consentire una più agevole identificazione del personale impiegato in contesti organizzativi complessi e caratterizzati dalla compresenza nello stesso ambiente di lavoro di lavoratori dipendenti da diverse imprese (Min. Lavoro, 14 novembre 2007, n.24)1. Anche il nuovo precetto, quindi, potrebbe ritenersi riferito ai soli appalti interni.

Per quanto riguarda i lavoratori autonomi, l’art.21 del Testo unico impone loro di munirsi del tesserino “qualora effettuino la loro prestazione in un luogo di lavoro nel quale si svolgano attività in regime di appalto o subappalto”, pena l’irrogazione della sanzione amministrativa da 50,00 a 300,00 euro, prevista dall’art.60, lett.b).

Ma tale espressione, riferita ai lavoratori autonomi, che di regola non stipulano contratti d’appalto, ma semplici contratti d’opera ex art.2222, non pare avere un significato facilmente comprensibile.

Un’ipotesi è che i lavoratori autonomi debbano munirsi del tesserino quando nello stesso ambiente di lavoro siano presenti anche altri lavoratori impiegati nell’ambito di un contratto d’appalto.  Se questa interpretazione fosse corretta, ci sarebbero una serie di problemi applicativi di difficile soluzione: come potrebbe il prestatore d’opera conoscere l’esistenza di concomitanti appalti?

L’obbligo potrebbe ritenersi limitato alle sole ipotesi in cui venga affidata l’esecuzione di una parte dei lavori oggetto di un contratto di appalto interno, rispetto al quale il contratto d’opera si presenta come contratto derivato o sub-contratto, anche se di tipo diverso dal subappalto. Difatti l’appaltatore può eseguire l’opera o il servizio, in tutto o in parte, sia con i propri dipendenti sia mediante subappalto ad altre imprese (con l’autorizzazione del committente) sia avvalendosi di contrarti d’opera con singoli lavoratori autonomi.

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