19/09/2010

FAQ in materia di sicurezza del lavoro

In questa pagina sono pubblicate ed aggiornate le più interessanti FAQ (Frequently Asked Questions – Domande Frequenti) con le relative risposte, tratte dalle fonti più autorevoli di dottrina e giurisprudenza.

Le FAQ più recenti sono in testa all’elenco. Le FAQ più datate sono in coda all’elenco.

Le Faq sono tratte dai verbali degli incontro tenuti presso la Procura di Torino per il coordinamento delle attività ispettive e giudiziare in materia di sicurezza del lavoro.

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Definizione dell’importo di ammissione al pagamento per le sanzioni contravvenzionali oggetto di modifica legislativa.

Dopo l’entrata in vigore del DLgs 106/09 si è verificata la riduzione (ed in pochi casi l’aumento) di alcune sanzioni previste dal Dlgs 81/0/8. Dovendosi applicare il principio del “favor rei” il momento dirimente risulta essere quello dell’ammissione al pagamento. Nel momento in cui viene effettuata l’ammissione al pagamento per la determinazione dell’importo della sanzione “amministrativa” si deve applicare la sanzione più favorevole al contravventore.

Sanzionabilità della mancanza di data certa (o attestata) sui Documenti di valutazione dei rischi. Rapporti tra la sanzione prevista per la violazione dell’art. 28 e 29.

Il capoverso del comma 2 dell’art. 28 del DLgs 81/08 stabilisce che “Il documento di cui all’articolo 17, comma 1, lettera a), redatto a conclusione della valutazione può essere tenuto, nel rispetto delle previsioni di cui all’articolo 53, su supporto informatico e, deve essere munito anche tramite le procedure applicabili ai supporti informatici di cui all’articolo 53, di data certa o attestata dalla sottoscrizione del documento medesimo da parte del datore di lavoro, nonché, ai soli fini della prova della data, dalla sottoscrizione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, del rappresentante dei lavoratori per
la sicurezza o del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale e del medico competente ove nominato […]”, e nelle lettere da a) ad f) indica i contenuti del documento.
L’ art. 55, comma 3 prevede la sanzione per la violazione delle norme di cui all’art. 28, comma, 2, lettere b), c) o d), mentre il successivo comma 4 prevede la sanzione per la violazione delle norme di cui all’art. 28, comma, 2, lettere a), primo periodo, ed f).
In tal senso parrebbe non essere prevista sanzione per la violazione della norma contenuta nel capoverso dell’art. 28, comma 2 (data certa). In realtà si deve osservare che l’art. 29, comma 1 (la cui violazione è sanzionata dall’art. 55, comma 1) stabilisce che “Il datore di lavoro effettua la valutazione ed elabora il documento di cui all’articolo 17, comma 1, lettera a), in collaborazione con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione e il medico competente, nei casi di cui all’articolo 41”. Si tratta di un doppio obbligo: effettuare la valutazione, ed elaborare il documento di cui all’articolo 17, comma 1, lettera a). Quest’ultima norma stabilisce poi che vi sia l’obbligo della “valutazione di tutti i rischi con la conseguente elaborazione del documento previsto dall’articolo 28” e quindi anche in questo caso il legislatore distingue l’obbligo di valutazione da quello di elaborazione del documento secondo quanto previsto dall’art. 28. Proprio quest’ultimo richiamo non lascia dubbi sul fatto che il Documento debba rispettare le forme contenute nella norma dell’art. 28 ivi compresa la c.d. “data certa”. Pare quindi che la mancata mancanza di data certa (o attestata) sui Documenti di valutazione dei rischi costituisca violazione dell’art. 29, comma 1, in relazione agli artt. 17, comma 1, lettera a) e 28, comma 2 capoverso, (la cui violazione è sanzionata dall’art. 55, comma 1.

Applicabilità delle norme del Titolo VIII, capo I, al rischio di esposizione a campi elettromagnetici (CEM)

Come è noto le norme del Titolo VIII riguardano l’esposizione ad agenti fisici ed in particolare nel capo I sono contenute le Disposizioni generali, mentre il capo IV riguarda la Protezione dei lavoratori dai rischi di esposizione a campi Elettromagnetici.
L’art. 306 del DLgs 81/08 stabilisce che “Le disposizioni di cui al titolo VIII, capo IV entrano in vigore alla data fissata dal primo comma dell’articolo 13, paragrafo 1, della direttiva 2004/40/CE (30 aprile 2012), e pertanto non sono attualmente in vigore. Al contrario sono già entrate in vigore le norme del capo I che prevedono tra l’altro l’obbligo di valutazione dei rischi fisici (art. 181) e l’obbligo di eliminare o ridurre i rischi (art. 182).
L’applicabilità delle norme contenute nel capo I anche per quanto riguarda l’esposizione a CEM, anche prima dell’entra in vigore del capo specifico, è legata all’autonomia di tali norme rispetto a quelle non ancora in vigore.
Si deve osservare che l’obbligo di eliminazione e riduzione del rischio previsto dall’art.
182, comma 1 è autonomo rispetto agli obblighi di adozione delle misure di prevenzione definiti dai singoli capi in relazione al superamento dei livelli di azione e/o dei valori limite di esposizione. E’ quindi da ritenersi applicabile sin da ora l’obbligo di valutazione dei rischi di cui all’art. 181 ai fini della eliminazione o riduzione del rischio ex art. 182, comma 1.

Aziende a conduzione familiare. Accertamento di situazioni di rischio per le quali non è possibile impartire prescrizioni o diffida, non rientrando negli obblighi di cui all’art. 21, lettere a-b-c (nella fattispecie, azienda agricola con presenza di soppalchi
privi di protezioni verso il vuoto). Esistono strumenti normativi che consentano di far cessare le condizioni di rischio?

Il legislatore con l’art. 3 comma 12 del DLgs 81/08 12. ha stabilito che “Nei confronti dei componenti dell’impresa familiare di cui all’articolo 230-bis del codice civile si applicano le disposizioni di cui all’articolo 21”. E lo stesso articolo 21 indirizza l’obbligo di tutela agli stessi componenti dell’impresa familiare (limitatamente all’uso delle attrezzature e DPI).
Nonostante ciò esiste una certa difficoltà ad immaginare i componenti dell’impresa familiare su un piano paritario. E’ evidente che laddove l’organizzazione dell’impresa familiare non corrisponda, anche nei fatti, al dettato dell’art. 230-bis del cod.civ.1, sarà individuabile un datore di lavoro di fatto (art. 299 DLgs 81/08) sul quale graveranno gli obblighi tipici previsti dal DLgs 81/08.
Quindi soprattutto in caso di indagini per infortunio sarà necessario vagliare l’effettivo ruolo dei componenti l’impresa familiare.

Alcol. Qualora un lavoratore non guidi professionalmente l’auto, ma la guidi per ragioni di servizio, deve essere sottoposto a controllo dell’alcolemia?

L’allegato I dell’accordo STATO-REGIONI 16 marzo 2006, n. 2540 fa riferimento a “mansioni inerenti le seguenti attività di trasporto” tra le quali vi sono anche gli “addetti alla guida di veicoli stradali per i quali è richiesto il possesso della patente di guida categoria B, C, D, E”. Si deve pertanto ritenere che sono ricompresi coloro che svolgono (anche di fatto) mansioni per attività di trasporto (commessi, autotrasportatori, ecc.) e non anche chi guida, sia pure per ragioni di servizio, auto aziendali, ma che non svolge mansioni inerenti le attività di trasporto.

Orientamento della Procura sull’applicazione della DGR 62/2007 sulla vigilanza incrociata sulle strutture sanitarie

Il Dott. Andrea Dotti ha illustrato la situazione emergente dall’applicazione della DGR
62/2007 relativa alla “vigilanza incrociata” sulle ASL e sulle ASO Piemontesi. In particolare
il Dott. Dotti ha sottolineato che gli Spresal del mandamento svolgono “vigilanza
incrociata” sulle ASL e sulle ASO individuate dalla DGR e può accadere che tali
accertamenti si sovrappongano con attività delegate dalla Procura che normalmente affida
tali attività allo Spresal competente per territorio (in ossequio alla previsione contenuta
nella stessa DGR che esclude la propria competenza sulle indagini delegate dalla A.G). Il
Dott. Guariniello osserva che l’articolo 13 del DLgs 81/08 stabilisce che “La vigilanza
sull’applicazione della legislazione in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è
svolta dalla Azienda Sanitaria Locale competente per territorio” mentre con la modifica
introdotta dal Dlgs 106/09 all’articolo 9, comma 6, lettera i, del DLgs 81/08, all’ ISPESL è
data la possibilità (e non più l’obbligo) di “svolgere, congiuntamente ai servizi di
prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro delle ASL, l’attività di vigilanza sulle strutture
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sanitarie del Servizio sanitario nazionale”. Rimarcando quindi la necessaria competenza
territoriale delle ASL che svolgono l’attività di vigilanza.
Nonostante ciò viene riconosciuto che l’esigenza sulla base della quale era stata emanata
la DGR 62/2007 (evitare che la vigilanza sulle ASL fosse effettuata da personale delle
stesse ASL) è reale e sentita dagli operatori, anche se poi la DGR ha esteso questo
criterio anche alle ASO e non solo alle ASL.

Nomina di più medici competenti (art. 39, comma 6, DLgs 81/08)

Il Dott. Guariniello ha chiarito che nel caso di nomina di più medici competenti esiste una
responsabilità concorrente in relazione agli obblighi definiti dalla norma. In particolare il
medico competente che effettua la sorveglianza sanitaria deve anche collaborare alla
valutazione dei rischi e visitare i luoghi di lavoro in relazione ai lavoratori da lui controllati.
Non è ammissibile la pratica di far effettuare le visite mediche a soggetti diversi dal
medico competente.

Attività degli organismi paritetici

Il Dott. Dotti ha illustrato la situazione sul territorio degli organismi paritetici (O.P.) definiti
dall’articolo 2, comma 1 lettera ee) del DLgs 81/08. Si è evidenziato come siano
effettivamente attivi sul territorio l’organismo paritetico nel settore dell’edilizia (CPT),
dell’artigianato (OPTA) e dell’agricoltura, esiste, ma non è particolarmente attivo
l’organismo paritetico che fa riferimento alla piccola e media impresa (CONFAPI), mentre
di fatto è assente l’organismo paritetico che fa riferimento alla grande impresa
(CONFINDUSTRIA).
A causa di una interruzione della riunione la discussione non si è sviluppata in relazione al
contributo che gli organismi paritetici dovrebbero assicurare, ex art. 37, comma 12 del
DLgs 81/08, in relazione alla formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti.
L’esperienza di alcuni Spresal ha portato ad evidenziare come raramente la formazione
dei lavoratori venga fatta in collaborazione con gli O.P. e ciò anche a causa del fatto che le
strutture di tali organismi non sono in grado di far fronte all’impegno che richiederebbe una
tale attività. In molti casi la collaborazione si limita alla presa d’atto dei programmi di
formazione o alla fornitura di opuscoli informativi.
Nota: OMISSIS

Nomina di più medici competenti (art. 39, comma 6, DLgs 81/08)

Il Dott. Guariniello ha chiarito che nel caso di nomina di più medici competenti esiste una
responsabilità concorrente in relazione agli obblighi definiti dalla norma. In particolare il
medico competente che effettua la sorveglianza sanitaria deve anche collaborare alla
valutazione dei rischi e visitare i luoghi di lavoro in relazione ai lavoratori da lui controllati.
Non è ammissibile la pratica di far effettuare le visite mediche a soggetti diversi dal
medico competente.
Analisi di alcuni quesiti

1) L’art. 90 comma 3 DLgs 81/2008 richiede la designazione del coordinatore per la progettazione al momento dell’affidamento dell’incarico di progettazione, quando è prevista la presenza di più imprese esecutrici. Quali sono le condizioni che consentono al committente di prevedere legittimamente di affidare tutti i lavori a lavoratori autonomi ? Quali comportamenti adottare alla luce della- Sentenza n. 1770 del 16 gennaio 2009 – Cassazione Sezione IV – Pres. Brusco – Est. D’Isa – P.M. Di Popolo – Ric. B. S. e P. M. con la quale si è affermato che il committente è tenuto a designare i coordinatori per la sicurezza nei cantieri in cui si trovino ad operare da soli più lavoratori autonomi ?

Il Dott. Guariniello ha chiarito che laddove l’art. 90 comma 3 del DLgs 81/08 fa discendere
l’obbligo di nomina del coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione “Nei cantieri in
cui è prevista la presenza di più imprese esecutrici…” nel computo delle imprese esecutrici
non possono essere conteggiati anche i lavoratori autonomi. Infatti, anche se la
definizione di impresa esecutrice (art. 89, comma 1, lettera i-bis) non chiarisce questo
aspetto, in questo caso, si deve ritenere che il legislatore non abbia inteso annoverare tra
soggetti da computare i lavoratori autonomi in quanto gli stessi non vengono
espressamente citati, mentre in altri passi della norma (si veda per tutti l’art. 90, comma 7)
il legislatore ha espressamente richiamato in modo disgiunto le imprese affidatarie, le
imprese esecutrici e ai lavoratori autonomi. Da ciò si ricava che se la volontà del
legislatore fosse stata quella di conteggiare anche il lavoratori autonomi si sarebbe
espresso chiaramente in questo senso.
D’altra parte la Sentenza n. 1770 del 16 gennaio 2009 – Cassazione Sezione IV – pur
giudicando su una fattispecie, invero poco chiara, che riguardava due lavoratori autonomi
non si pone la specifica questione e quindi, al di la del giudizio finale, non afferma un
principio contrario a quanto sopra indicato.
Per quanto riguarda la previsione che il committente deve compiere al momento
dell’affidamento dell’incarico di progettazione, circa il numero di imprese di sui si prevede
la presenza in cantiere, si deve senz’altro trattare di una “previsione ragionevole” rispetto
all’importanza dei lavori da eseguire, ma è evidente come la prova di una previsione
“irragionevole” porti gli organi inquirenti a muoversi su un terreno insidioso, dovendosi
dimostrare attraverso elementi oggettivi che non era possibile prevedere che i lavori
potessero essere eseguiti da una sola impresa e/o da lavoratori autonomi.
Giova ricordare che anche nei casi in cui la norma non impone la nomina dei coordinatori
trovano comunque applicazione gli altri obblighi del committente definiti dalla norma (ad
esempio la verifica dell’idoneità tecnico professionale dell’impresa) e dalla giurisprudenza
(ad esempio mancata informazione sui rischi, ingerenza, ecc.).

Nel documento del Coordinamento delle Regioni sul titolo VIII, approvato il 12.11.2009, al punto 1.15, si legge, Quali sono gli obblighi per i soggetti che rientrano nell’ambito di applicazione dell’art.21, DLgs.81/2008.

L’art. 21 del DLgs.81/2008 così come integrato e corretto dal DLgs.106/2009 riguarda i componenti dell’impresa familiare di cui all’articolo 230-bis del codice civile, i lavoratori autonomi che compiono opere o servizi ai sensi dell’articolo 2222 del codice civile, i coltivatori diretti del fondo, i soci delle società semplici operanti nel settore agricolo, gli artigiani e i piccoli commercianti.Si osservi che l’art.21 non si applica nel caso di imprese che occupano anche solo familiari, ma che non ricadono nell’ambito dell’art.230-bis cc, così come non si applica ai lavoratori dipendenti o equiparati presenti a qualunque titolo nelle imprese agricole, industriali o commerciali. Per le imprese ed i soggetti indicati all’art.21 gli unici obblighi previsti riguardano:
a. – l’utilizzo di attrezzature di lavoro sicure come da Titolo III del DLgs.81/2008;
b. – disporre e utilizzare DPI adeguati (e quindi anche i DPI uditivi nel caso di
lavori rumorosi);
c. – munirsi di tessera di riconoscimento da utilizzarsi in occasione di lavori in
appalto o subappalto.
A stretti termini di legge le imprese ed i soggetti indicati in tale articolo non sono
quindi tenuti ad effettuare la valutazione di alcun rischio né ad effettuare la
sorveglianza sanitaria e la formazione/informazione che potranno invece essere
richiesti sulla base di accordi privati (anche se promossi da obblighi legislativi), ad
es. dai committenti.
Si può confermare o si deve rivedere la precedente risposta fornita dal dott.
Guariniello, secondo la quale l’art. 21 non fa alcuno “sconto” sugli adempimenti nei
confronti dei lavoratori subordinati, ma solo nei confronti del titolare dell’impresa.
Come già affermato in precedenza il Dott. Guariniello ribadisce che l’art. 3 del DLgs 81/08
definisce, in generale, quali soggetti siano beneficiati dalla tutela della norma e quindi la
disposizione del comma 12 stabilendo che: Nei confronti dei componenti dell’impresa
familiare di cui all’articolo 230-bis del codice civile, dei coltivatori diretti del fondo, degli
artigiani e dei piccoli commercianti e dei soci delle società semplici operanti nel settore
agricolo si applicano le disposizioni di cui all’articolo 21” , indica quale tutela debba essere
riservata a tali soggetti. L’ipotesi secondo la quale l’ attività di “artigiano”, che può
comprendere aziende con diversi dipendenti (sino a 15), escluda gli obblighi di datore di
lavoro nei confronti dei propri lavoratori subordinati, a favore del più limitato obbligo di
applicazione del solo art. 21, è priva di fondamento. Nel suo ruolo di datore di lavoro,
“l’artigiano” deve garantire tutte le misure di tutela previste dal DLgs 81/08 nei confronti dei
propri lavoratori, mentre nel suo ruolo di artigiano che opera all’interno della propria
attività, e quindi nei confronti di se stesso, deve applicare le disposizioni di cui all’art. 21.
Si ipotizza di inviare una segnalazione al Coordinamento delle Regioni perchè tale aspetto
venga meglio chiarito nelle citate linee guida

3) Il nuovo comma 1-bis dell’articolo 34 stabilisce che “Salvo che nei casi di cui all’articolo 31, comma 6, nelle imprese o unità produttive fino a cinque lavoratori il datore di lavoro può svolgere direttamente i compiti di primo soccorso, nonché di prevenzione degli incendi e di evacuazione, anche in caso di affidamento dell’incarico di responsabile del servizio di prevenzione e protezione a persone interne all’azienda o all’unità produttiva o a servizi esterni così come previsto all’articolo 31, dandone preventiva informazione al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza ed alle condizioni di cui al comma 2-bis”. Questa norma sembrerebbe limitare la possibilità data ai datori di lavoro dal comma 1 di svolgere i compiti di primo soccorso, prevenzione incendi ed evacuazione, nelle ipotesi dell’allegato 2 e salvo i casi di cui all’articolo 31, comma 6. Come interpretare l’apparente contrasto tra il comma 1 e il comma 1 bis dell’articolo 34 ?

Sul punto è stata condotta una discussione che ha evidenziato difficoltà di interpretazione
logica della norma ed infine si è deciso di riflettere ancora sulla questione rimandando la
definizione del quesito al prossimo incontro che è stato programmato per il 13/7/2010 alle
ore 16.00.

ALLEGATO 1

Accertamenti sulla responsabilità amministrativa dell’ente Dlgs 231/2001 in caso di infortuni o malattie professionali

Premessa
Il D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, che disciplina la responsabilità degli enti collettivi “per gli
illeciti amministrativi dipendenti da reato”, rappresenta “l’epilogo di un lungo cammino volto
a contrastare il fenomeno della criminalità d’impresa, attraverso il superamento del
principio, insito nella tradizione giuridica nazionale, societas delinquere non potest e nella
prospettiva di omogeneizzare la normativa interna a quella internazionale di matrice
prevalentemente anglosassone, ispirata al c.d. pragmatismo giuridico”1.
Il sistema sanzionatorio previsto dal D.lgs. n. 231 fuoriesce dagli schemi tradizionali del
diritto penale, incentrati sulla distinzione tra pene e misure di sicurezza, tra pene principali
e pene accessorie, ed è rapportato alle nuove costanti criminologiche delineate nel citato
decreto. Il sistema è “sfaccettato”, legittima distinzioni soltanto sul piano contenutistico, nel
senso che rivela uno stretto rapporto funzionale tra la responsabilità accertata e la
sanzione da applicare, opera certamente sul piano della deterrenza e persegue una
massiccia finalità special-preventiva.
Soggetti
L’art. 1, dedicato ai soggetti, stabilisce che il decreto legislativo disciplina la responsabilità
degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato e che le disposizioni in esso
previste si applicano agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni
anche prive di personalità giuridica. Mentre non si applicano allo Stato, agli enti pubblici
territoriali, agli altri enti pubblici non economici nonché agli enti che svolgono funzioni di
rilievo costituzionale.
Principio di legalità
L’art. 2 del DLgs 231/01 riprendendo i principi dell’art. 2 c.p., e dell’art. 1 della legge
689/81, afferma l’incomprimibile principio di legalità, secondo il quale l’ente non può
essere ritenuto responsabile per un fatto costituente reato se la sua responsabilità
amministrativa in relazione a quel reato e le relative sanzioni non sono espressamente
previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto.
Al riguardo va puntualizzato che la responsabilità “amministrativa” per i reati di omicidio
colposo e lesioni personali colpose commessi con violazione delle norme sulla tutela della
salute e sicurezza sul lavoro sono stati previsti nell’art. 25-septies del DLgs 231/01 a
seguito dell’entrata in vigore dalla legge 123/07, in data 25/8/2007.
Pertanto perché la norma possa essere applicata ai casi in questione è necessario che la
condotta delle società, che si ritiene causalmente rilevante, sia stata compiuta, o
comunque si sia protratta, dopo il 25/8/2007.
L’art. 3 del D.lgs. 231/01 chiarisce poi che l’ente non può essere ritenuto responsabile per
un fatto che secondo una legge posteriore non costituisce più reato o in relazione al quale
non è più prevista la responsabilità amministrativa dell’ente; aggiunge che, se la legge del
tempo in cui è stato commesso l’illecito e le successive sono diverse, si applica quella le
cui disposizioni sono più favorevoli, salvo che sia intervenuta pronuncia irrevocabile.
L’ Art. 25-septies del Dlgs 231/2001.
1 Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali, Sentenza 27 marzo 2008 (dep. 2 luglio 2008), n. 26654
6
In origine la legge delega dalla quale è poi derivato il decreto n. 231 del 2001 conteneva
tra le fattispecie di reato, per le quali si sarebbe dovuta applicare la responsabilità
amministrativa dell’ente, la violazione delle norme in materia di sicurezza, oltre che di
ambiente. L’attuazione della delega era in seguito avvenuta in modo parziale, essendo
stati stralciati proprio i reati di lesione ed omicidio colposi commessi in violazione delle
disposizioni antinfortunistiche.
Queste materie furono eliminate dal testo definitivo, che in sostanza dette attuazione solo
al punto A) della delega, per cui solo determinati reati dolosi in tema di concussione,
corruzione e frode entrarono a far parte della sezione terza, giacché individuati come
presupposti di riferimento per l’applicazione della responsabilità amministrativa degli enti
per fatti di reato, dando in tal guisa rilevanza agli aspetti essenziali delle Convenzioni PIF
e OCSE.
Successivamente, l’art. 9 della legge 123/07 ha introdotto nel decreto legislativo 8 giugno
2001, n. 231 l’articolo 25-sexies, inserendo, per la prima volta, dei reati colposi tra quelli
che possono determinare responsabilità amministrativa. Quindi l’articolo 25-septies del
decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231 è stato così sostituito dall’art. 300 del DLgs 81 del
9.4.2008 :
1. In relazione al delitto di cui all’articolo 589 del Codice penale, commesso con violazione
dell’articolo 55, comma 22, del Decreto Legislativo attuativo della delega di cui alla Legge
3 agosto 2007, n. 123, in materia di salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione
pecuniaria in misura pari a 1.000 quote. Nel caso di condanna per il delitto di cui al
precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all’articolo 9, comma 2, per
una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno.
2. Salvo quanto previsto dal comma 1, in relazione al delitto di cui all’articolo 589 del
Codice penale, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza
sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non inferiore a 250 quote e non
superiore a 500 quote. Nel caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si
applicano le sanzioni interdittive di cui all’articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore
a tre mesi e non superiore ad un anno.
3,In relazione al delitto di cui all’articolo 590, terzo comma, del Codice penale, commesso
con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una
sanzione pecuniaria in misura non superiore a 250 quote. Nel caso di condanna per il
delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all’articolo 9,
comma 2, per una durata non superiore a sei mesi.».
2 2. Nei casi previsti al comma 1, lettera a), si applica la pena dell’arresto da quattro a otto mesi se la violazione
è commessa:
a) nelle aziende di cui all’articolo 31, comma 6 [che si riporta di seguito], lettere a), b), c), d), f) e g);
6. L’istituzione del servizio di prevenzione e protezione all’interno dell’azienda, ovvero dell’unità produttiva, è
comunque obbligatoria nei seguenti casi:
a) nelle aziende industriali di cui all’articolo 2 del Decreto Legislativo 17 agosto 1999, n. 334(N), e successive
modificazioni, soggette all’obbligo di notifica o rapporto, ai sensi degli articoli 6 e 8 del medesimo Decreto;
b) nelle centrali termoelettriche;
c) negli impianti ed installazioni di cui agli articoli 7, 28 e 33 del Decreto Legislativo 17 marzo 1995, n. 230, e
successive modificazioni;
d) nelle aziende per la fabbricazione ed il deposito separato di esplosivi, polveri e munizioni;
e) nelle aziende industriali con oltre 200 lavoratori[questa voce è esclusa dall’art. 55, comma 2]
f) nelle industrie estrattive con oltre 50 lavoratori;
g) nelle strutture di ricovero e cura pubbliche[ai sensi dell’art. 1 del Dlgs 2312001 sono esclusi lo Stato, gli
enti pubblici territoriali, e altri enti pubblici non economici] e private con oltre 50 lavoratori.
b) in aziende in cui si svolgono attività che espongono i lavoratori a rischi biologici di cui all’articolo 268,
comma 1, lettere c) e d), da atmosfere esplosive, cancerogeni mutageni, e da attività di manutenzione, rimozione
smaltimento e bonifica di amianto;
c) per le attività disciplinate dal Titolo IV caratterizzate dalla compresenza di più imprese e la cui entità
presunta di lavoro non sia inferiore a 200 uomini-giorno.

Le sanzioni
L’articolo 9 del DLgs 231/01 prevede le seguenti sanzioni:
Le sanzioni per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato sono:
a) la sanzione pecuniaria;
b) le sanzioni interdittive;
c) la confisca;
d) la pubblicazione della sentenza.
Per l’illecito amministrativo dipendente da reato si applica sempre la sanzione pecuniaria,
che viene applicata per quote. Il valore di ogni quota viene stabilita dal Giudice nella
misura compresa tra € 258,00 ad € 1549,00. Quindi si va da un minimo di euro 64.500
(250 quote per il valore minimo di 258 euro) a 1.549.370 Euro (1000 quote per il valore
massimo di 1549,00 euro)
2. Le sanzioni interdittive sono:
a) l’interdizione dall’esercizio dell’attività;
b) la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla
commissione dell’illecito;
c) il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le
prestazioni di un pubblico servizio;
d) l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di
quelli già concessi;
e) il divieto di pubblicizzare beni o servizi.
L’interesse o il vantaggio
Secondo l’articolo 5 del DLgs 231/2001 l’ente è responsabile per i reati commessi nel suo
interesse o a suo vantaggio:
a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione
dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale
nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso;
b) da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera
a).
L’ente non risponde se le persone sopra indicate hanno agito nell’interesse esclusivo
proprio o di terzi.
Al riguardo si osserva che “l’interesse, quanto meno concorrente, della società va valutato
ex ante; mentre il vantaggio richiede una verifica ex post”.
Ci può essere quindi responsabilità in presenza di un interesse, anche senza vantaggio.
La lettura del secondo comma lascia però comprendere che, pur in presenza di un
vantaggio, l’ente non possa rispondere in assenza di un reato commesso anche nel suo
interesse.
L’interesse ed il vantaggio possono anche essere non patrimoniali, purché siano
concretamente ed obiettivamente individuabili. L’interesse deve essere infatti oggettivo,
concreto e non va agganciato alle mere intenzioni dell’autore del reato ed in generale al
movente che lo spinto a porre in essere la condotta.

Il dubbio che è stato posto in dottrina è che nei reati di natura colposa il soggetto non
agisce per un fine criminale rendendo vano il criterio dell’interesse
In realtà nella sentenza emessa dal Giudice monocratico del Tribunale di Trani (Sezione di
Molfetta) in relazione ai fatti della Truck Center, viene circostanziato che “i reati introdotti
dalla legge n. 123, riproposti dal DLG 81/08, sono reati di evento e scaturiscono da una
condotta colposa connotata da negligenza, imprudenza, imperizia oppure inosservanza di
leggi, regolamenti, ordini o discipline. Se da un lato la morte o le lesioni rappresentano
l’evento, dall’altro proprio la condotta è il fatto colposo che sta alla base della produzione
dell’evento. Ne discende che, allorquando nel realizzare la condotta il soggetto agisca
nell’interesse dell’ente, la responsabilità di quest’ultimo risulta sicuramente integrata”.
Quindi il requisito dell’interesse o del vantaggio è pienamente compatibile con la struttura
dell’illecito introdotta dall’art. 9 della legge n. 123, perpetuata nell’applicazione dall’art. 300
del d.lgs. 81/08, dovendosi di volta in volta accertare solo se la condotta che ha
determinato l’evento la morte o le lesioni personali sia stata o meno determinata da scelte
rientranti oggettivamente nella sfera di interesse dell’ente oppure se la condona medesima
abbia comportato almeno un beneficio a quest’ultimo senza apparenti interessi esclusivi di
altri.
Norma esimente
L’art. 6 del DLgs 231/2001 stabilisce in modo dettagliato che, se il reato è stato commesso
dalle persone indicate nell’articolo 5, comma 1, lettera a), l’ente non risponde se prova
che:
– l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del
fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello
verificatosi;
– il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli di curare il loro
aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di
iniziativa e di controllo;
– le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di
organizzazione e di gestione;
– non vi é stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera
b).
Utilizzando lo stesso principio il legislatore del DLgs 81/08 ha con l’articolo 30 – Modelli di
organizzazione e di gestione stabilito che:
1. Il modello di organizzazione e di gestione idoneo ad avere efficacia esimente della
responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni
anche prive di personalità giuridica di cui al Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231,
deve essere adottato ed efficacemente attuato, assicurando un sistema aziendale per
l’adempimento di tutti gli obblighi giuridici relativi:
a) al rispetto degli standard tecnico-strutturali di legge relativi a attrezzature, impianti,
luoghi di lavoro, agenti chimici, fisici e biologici;
b) alle attività di valutazione dei rischi e di predisposizione delle misure di prevenzione e
protezione conseguenti;
c) alle attività di natura organizzativa, quali emergenze, primo soccorso, gestione degli
appalti, riunioni periodiche di sicurezza, consultazioni dei rappresentanti dei lavoratori per
la sicurezza;
d) alle attività di sorveglianza sanitaria;
e) alle attività di informazione e formazione dei lavoratori;

f) alle attività di vigilanza con riferimento al rispetto delle procedure e delle istruzioni di
lavoro in sicurezza da parte dei lavoratori;
g) alla acquisizione di documentazioni e certificazioni obbligatorie di legge;
h) alle periodiche verifiche dell’applicazione e dell’efficacia delle procedure adottate.
2. Il modello organizzativo e gestionale di cui al comma 1 deve prevedere idonei sistemi di
registrazione dell’avvenuta effettuazione delle attività di cui al comma 1.
3. Il modello organizzativo deve in ogni caso prevedere, per quanto richiesto dalla natura e
dimensioni dell’organizzazione e dal tipo di attività svolta, un’articolazione di funzioni che
assicuri le competenze tecniche e i poteri necessari per la verifica, valutazione, gestione e
controllo del rischio, nonché un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato
rispetto delle misure indicate nel modello.
4 Il modello organizzativo deve altresì prevedere un idoneo sistema di controllo
sull’attuazione del medesimo modello e sul mantenimento nel tempo delle condizioni di
idoneità delle misure adottate. Il riesame e l’eventuale modifica del modello organizzativo
devono essere adottati, quando siano scoperte violazioni significative delle norme relative
alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro, ovvero in occasione di mutamenti
nell’organizzazione e nell’attività in relazione al progresso scientifico e tecnologico.
5. In sede di prima applicazione, i modelli di organizzazione aziendale definiti
conformemente alle Linee guida UNI-INAIL per un sistema di gestione della salute e
sicurezza sul lavoro (SGSL) del 28 settembre 2001 o al British Standard OHSAS
18001:2007 si presumono conformi ai requisiti di cui al presente articolo per le parti
corrispondenti. Agli stessi fini ulteriori modelli di organizzazione e gestione aziendale
possono essere indicati dalla Commissione di cui all’articolo 6.
5-bis. La commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro elabora
procedure semplificate per la adozione e la efficace attuazione dei modelli di
organizzazione e gestione della sicurezza nelle piccole e medie imprese. Tali procedure
sono recepite con decreto del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali.
6. L’adozione del modello di organizzazione e di gestione di cui al presente articolo nelle
imprese fino a 50 lavoratori rientra tra le attività finanziabili ai sensi dell’articolo 11.
Pur trattandosi di modelli di adozione volontaria nella sentenza n. 36083/09, la Corte di
Cassazione ha spiegato che la mancata adozione di tali modelli, in presenza dei
presupposti oggettivi e soggettivi sopra indicati, è sufficiente a costituire quella
“rimproverabilità” di cui alla Relazione ministeriale al decreto legislativo 231/01 e non a
caso ha tenuto a precisare che “in tale concetto di rimproverabilità è implicata una forma
nuova, normativa, di colpevolezza per omissione organizzativa e gestionale”.
Istruzioni operative sugli accertamenti dei Servizi Spresal
Gli accertamenti relativi alle ipotesi di responsabilità amministrativa degli enti riguardano
sia gli infortuni sul lavoro sia le malattie professionali.
Nel rispetto del principio di legalità sopraccitato gli accertamenti riguarderanno gli infortuni
sul lavoro occorsi dopo 25/8/2007, e le malattie professionali riconducibili a condotte
tenute in tutto o in parte in epoca successiva al 25/8/2007 che abbiano causato
l’insorgenza o l’aggravamento della patologia.
Nella prima fase di applicazione gli accertamenti richiesti riguarderanno tutti i casi di
indagine relativi a reati di cui all’art. 589 c.p.
Nei casi di indagini relative a reati di cui all’art. 590 c.p., fatte salve specifiche richieste da
parte dell’Autorità Giudiziaria, i servizi provvederanno a svolgere gli accertamenti richiesti
nei casi più gravi quali ad esempio:
1. P.R. se dal fatto deriva malattia che metta in pericolo di vita la persona offesa,

2. perdita di un arto
3. infortuni multipli
Gli accertamenti richiesti riguardano la necessità di acquisire, nel più breve tempo
possibile, la documentazione relativa al modello di organizzazione di cui all’art. 30 del Dlgs
81/08
Nei casi di appalti si dovrà acquisire la documentazione relativa al modello di
organizzazione di cui all’art. 30 del Dlgs 81/08 di tutti gli enti a cui sia attribuibile la
responsabilità amministrativa dipendente dal reato.
In sede di inchiesta si verificherà se l’ente ha adottato prima dell’evento un modello di
organizzazione e gestione e, in caso affermativo, si dovranno acquisire i seguenti
elementi:
• documenti di adozione formale del modello di organizzazione e gestione;
• le registrazioni dell’avvenuta effettuazione delle attività di cui all’art. 30, comma 2
Dlgs 81/08;
• la documentazione relativa alla attuazione del modello di verifica e controllo di cui
all’art. 30 comma 4 Dlgs 81/08.
• L’eventuale asseverazione, da parte degli organismi paritetici, della adozione e
della efficace attuazione dei modelli di organizzazione e gestione della sicurezza di cui
all’articolo 30 (art. 51 comma 3 bis D.Lgs. 81/08)
Per quanto riguarda le modalità di acquisizione della predetta documentazione si
procederà di norma secondo le consuete prassi investigative con richiesta di consegna
della documentazione ai sensi dell’art. 64 del DPR 303/56, privilegiando invece lo
strumento del sequestro nel caso di eventi mortali. L’ A.G. valuterà caso per caso la
necessità di adottare un decreto di perquisizione.
In caso di assenza del modello di organizzazione si provvederà ad acquisire formale
dichiarazione scritta circa la mancata adozione del suddetto o in alternativa si provvederà
ad acquisire sommarie informazioni in merito da soggetti qualificati e informati
appartenenti all’ente.
In una prima fase di applicazione, la verifica del merito della suddetta documentazione
sarà effettuata da esperti nominati dall’A.G., eventualmente affiancati dagli UPG che
procedono alle indagini.
Le indagini devono inoltre cercare di far emergere attraverso esami testimoniali, ed
eventualmente acquisizioni documentali, elementi che sostengano l’esistenza di un
interesse o vantaggio da parte degli enti interessati.

 
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